Una delle cose che ho trovato più interessanti del periodo di quarantena, pur drammatico e carico di dolore, che ci siamo — sembra — lasciati alle spalle almeno in parte, è il racconto che della quarantena fanno i bambini. Cosa hanno provato, quali emozioni hanno generato in loro queste settimane di inattesa e inaudita solitudine. Il sito thekidswrite.com raccoglie le storie che bambini e ragazzi da tutto il mondo inviano con le loro impressioni e i loro pensieri. Alcune di queste storie raccontano una gioventù che troppo spesso stentiamo a vedere: responsabile, consapevole, attenta. Lesley Ann, dieci anni, dal Senegal scrive che quello che ha apprezzato di più della pandemia è stata la possibilità di conoscere meglio i propri genitori e familiari, per cui esprime molta più gratitudine ora di prima. Leon, nove anni, dal Canada racconta invece che ha usato questo tempo per imparare cose nuove, tra le quali il coding, che ha insegnato anche alla sorella più piccola. Ma ciò che colpisce ancora di più sono le tante lettere che mostrano speranza e senso di responsabilità. Come quella di Benjamin, sette anni di Bolton, Canada, che scrive: “Siete tristi di non essere a scuola? Io sì. Vi mancano i vostri amici? Potete vederli, ma mantenete la distanza di sicurezza. Se il virus passasse oggi correrei al parco e giocherei fino all’ora di andare a letto. (…) Voglio che tutto questo passi presto, ma dobbiamo rispettare le regole perché tutti siano al sicuro”. E Audrey, di dieci anni, che chiude la sua lettera con queste parole: “Odio la quarantena, non è divertente, ma almeno abbiamo ancora speranza”. Alcuni avvenimenti, non sempre piacevoli, fanno fare all’uomo balzi storici impressionanti nell’arco di pochissimo tempo. Per cambiare il corso della storia a volte bastano pochi mesi, forse qualche anno, perché non si sia più come prima. Abbiamo vissuto — e stiamo ancora vivendo — settimane difficili, dolorose, che hanno mostrato una umanità rallentata e cambiata, ma anche quello che, tra qualche anno, verrà ricordato come il grande balzo storico dell’inizio del terzo millennio. Per accompagnare la trasformazione, però, occorre consapevolezza. Sposando il pensiero del grande antropologo Jared Diamond, una crisi non riconosciuta ha un potenziale distruttivo enorme. Ma una crisi che viene accettata e compresa innesca un meccanismo di responsabilità che attiva risposte e soluzioni che consentono importanti progressi. Le soluzioni alla crisi possono essere miopi e solo di breve periodo, volte ad arginare gli impatti immediati e tralasciando quelli di lungo termine. Ma servono anche e soprattutto risposte valide anche per il futuro più lontano. Tra queste vi è senza dubbio un investimento nella formazione. Occorre ripartire. L’economia del nostro Paese lo sta pian piano facendo, ma occorre che lo faccia il Paese come sistema. Le lettere di questi bimbi che da un capo all’altro del mondo hanno dimostrato di comprendere l’importanza delle regole, il senso di un bene comune che va al di là del beneficio individuale, il valore della speranza in tempi difficili, ci fanno pensare che il mondo del futuro sarà probabilmente migliore di quello che lasceremo loro. Investire in questa speranza consapevole è la nostra più grande responsabilità.