Arrivati a metà di questo 2020 così turbolento, lasciamo alle spalle il picco di contagi da Coronavirus, l’apice del disagio economico legato al lockdown, ma anche il primo anno scolastico terminato in modalità completamente digitale. Per la prima volta nella storia, decine di migliaia di ragazzi hanno conseguito il titolo di studio, fino alla laurea, online. È stata una esperienza importante, certamente innovativa, ma che porta con sé alcune riflessioni necessarie. Il discorso sarebbe ampio e articolato, ma voglio soffermarmi per ora solo su un aspetto. Il trasferimento dell’istruzione dal mondo reale a quello digitale ha esacerbato, seppur non in egual misura, le differenze sociali di ogni Paese. Il digital divide ha visto la spaccatura tra le famiglie più abbienti, che hanno reso possibile ai loro figli un apprendimento sostanzialmente equivalente a quello in aula, e le famiglie meno agiate, dove il computer o lo smartphone non sono beni facilmente disponibili. Abbiamo avuto casi di numerose scuole che sono venute in soccorso di queste famiglie, sopperendo in prima persona a queste mancanze. Ma non è bastato. La fase che si apre ora, seppur legata alle incertezze di come avverrà il ritorno sui banchi di scuola a settembre, ne è una indiretta conseguenza. È quella che gli educatoti definiscono summer learning loss, ossia la perdita di conoscenza che avviene durante la pausa estiva della scuola. Da sempre considerate sacre e necessarie, le vacanze estive sono sì un periodo di riposo, ma i sessanta giorni medi sono giudicati un periodo troppo lungo da molti studiosi. Sono stati pensati per rispondere alle esigenze delle famiglie del XIX secolo, ben diverse da quelle delle famiglie di oggi. In questi due mesi, infatti, avviene una ulteriore spaccatura sociale. I figli di famiglie più abbienti sono mediamente più impegnati in attività extra-scolastiche e seguiti dai genitori, mentre chi è economicamente più svantaggiato rischia di incorrere in una perdita di stimoli su più fronti, con impatti rilevanti nel lungo termine. Il risultato per tutti è che gli insegnanti a inizio del successivo anno scolastico devono riprendere il filo del programma dell’anno precedente, rispiegare alcuni argomenti, rallentando così i programmi previsti e ampliando ulteriormente il divario sociale. Molti educatori, quindi, hanno provato a stilare un nuovo calendario scolastico, che prevedesse pause più frequenti ma meno lunghe durante l’anno. Il risultato degli esperimenti fatti in questo campo, soprattutto dalla organizzazione no-profit ExpandED Schools di New York, ha mostrato che questo approccio all’apprendimento sarebbe in grado di ridurre il cosiddetto “gap delle 6mila ore”. Si è visto, infatti, che i figli di famiglie più svantaggiate perdono una media di 6mila ore di apprendimento entro la prima media rispetto ai loro coetanei più abbienti. Ciò è dovuto sia al maggiore coinvolgimento dei genitori più ricchi nell’educazione dei figli, sia alle opportunità in più che essi hanno a disposizione. Se è vero che la realtà italiana è diversa da quella statunitense, è pur vero che il gap di apprendimento estivo esiste anche da noi. Per colmarlo occorrerebbe un approccio esteso, trasversale, che massimizzi le opportunità di apprendimento da più fonti, anche durante l’estate, e allarghi l’istruzione ben oltre i muri delle scuole. Includendo tutti.