25 Agosto 2021 | Long Reads – Ita

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Si racconta a Londra che un turista americano, in visita a Hampton Court, stupito dalla perfezione del prato palazzo reale, chiedesse a un giardiniere “Come raggiungete questa bellezza?”, sentendosi rispondere “Semplice Sir, basta curare l’erba ogni giorno, per cinque secoli ovviamente”. Quando Hampton Court venne costruita, nel 1514, le università, in Italia e in altre parti d’Europa, erano antiche quanto il palazzo di Enrico VIII lo è per noi. Il loro “prato” però – il sapere umanistico e scientifico, con il progresso frutto di ricerca e dallo studio – curato per centinaia di anni, appare ingiallito, qualcuno teme bruciato.

Durante l’estate Angelo Panebianco ha parlato su queste colonne di “Incuria educativa” riferendosi al nostro sistema educativo in generale, ma mettendo a fuoco il ruolo centrale delle università. Ma chi ne è responsabile? Chi ha lasciato che l’erba del prato scuola diventasse secca per “incuria”? I giardinieri? O le responsabilità sono più in alto?

Una classe dirigente disinteressata alla formazione dei giovani, incurante di meccanismi di formazione del capitale umano inceppati, compromette il futuro del Paese. Esistono naturalmente giovani in grado di raggiungere “posizioni alte e anche eccellenti nell’istruzione universitaria e post-universitaria” osservava Panebianco, ma non grazie a un sistema, grazie a percorsi individuali.

Proprio su questa controversa “Retorica dell’eccellenza” si sono soffermate, a fine del tormentato anno accademico 2020-2021 tre studentesse della storica Normale di Pisa, criticando la trasformazione ideologica dell’università al massimizzare profitti. Schermandosi dietro concetti in apparenza chiari e condivisibili, “eccellenza e merito”, si finisce in realtà complici delle crescenti disuguaglianze delle nostre società.

La critica alla meritocrazia, meccanismo che favorirebbe quanti siano dotati, o disposti a dotarsi, delle qualità necessarie all’eccellenza, è radicata: Michael Young la avanzò già nel saggio del 1958 The Rise of Meritocracy, in pieno boom economico del dopoguerra. Lo studioso descrisse un’ Inghilterra immaginaria, dove il criterio del merito, rigidamente applicato, finiva per generare una società ingiusta, dominata da élites insensibili e fredde, destinate infine ad essere rovesciate. Curiosamente, e attraverso meccanismi discussi da numerosi osservatori (da Mauro Boarelli autore de Contro l’ideologia del merito, 2019, a Michael Sandel con il suo Contro la tirannia del merito, 2020), una parola nata come negativa si ribalta nel suo contrario. Scuola e università premiando il merito (e non il ceto, il benessere o altri parametri), producono presunti criteri “oggettivi” per individuarlo. Le conseguenze di questo processo snaturante includono l’esasperazione della competizione individualistica, che livella verso il basso tutti coloro che non rientrano negli esigui spazi dell’”eccellente”. Consumiamo così il legame che ci teneva uniti e divisi non possiamo procedere.

Il professor Boarelli rileva come l’ideologia del merito dilaghi dagli anni 90, esauriti i movimenti ideali e di protesta seguiti al 1968. Il conflitto sociale, spesso derubricato a “violenza” esecrabile, è qualcosa di diverso e più fecondo.

Come ha scritto il sociologo tedesco Aladin el-Mafaalani (Il paradosso dell’integrazione, 2019), il contrasto idee e interessi sociali, dagli ideali alle utopie, è segno vitale di una società integrata: “Il conflitto emerge poiché la due parti si trovano in un’interrelazione che prima non c’era. Il conflitto non è espressione di una spaccatura, perché si può spaccare solo ciò che in precedenza formava un’unità. È vero il contrario: il conflitto è espressione di una crescita comune”. Proprio quello ci sembra perduto.

Come invertire la rotta? Il passaggio crudele del Covid-19 ha evidenziato le terribili ingiustizie che affliggono il pianeta, Italia inclusa. Tra queste, l’accesso all’istruzione è ferita aperta. L’impulso dato dalla pandemia alla digitalizzazione di scuola e università si scontra, senza che sempre i media ne abbiano conto il rilievo, con il digital divide di molte zone del mondo, escluse da web e wi-fi anche nel nostro sviluppatissimo Occidente, in campagna e nelle periferie urbane.

Genere, identità, etnia, fedi religiose sono solo ulteriori motivi di divisione e isolamento che soffriamo, come le immagini dall’Afghanistan, con un popolo intero a perdere scuole non fondamentaliste, ci ricordano. L’università non deve dunque perdere terreno su una delle sue funzioni più importanti, l’esercizio del pensiero critico. Dobbiamo imparare dalle differenze, attrarle, stimolare dibattito e confronto, persino il conflitto vitale: la realtà ci insegna che la Torre d’Avorio delle élite si sbriciola se resta isolata.