Per dirla con Virginia Woolf, è giunto il momento di creare una stanza tutta per sé, ma digitale

Cos’hanno in comune Grace Hopper, Carol Shaw e Shafi Goldwasser? Grace Hopper, militare statunitense, è considerata in modo unanime una pioniera del coding, la programmazione informatica. Prima donna, in assoluto, ad essere nominata Distinguished Fellow della British Computer Society, famosa anche per aver diffuso l’utilizzo del termine “bug“, dopo aver estratto una falena responsabile del malfunzionamento del computer Mark II ad Harvard. Carol Shaw, informatica californiana laureatasi a Berkeley, ha incentrato la sua carriera sulla programmazione di videogiochi. Prima donna in questo campo. È l’autrice, tra gli altri, di River Raid, considerato uno dei giochi di guerra più fruibili e divertenti degli anni ’80. Shafi Goldwasser, origini israeliane, ha dato contributi fondamentali alla crittografia, progettando tecniche alla base dei moderni sistemi per la sicurezza informatica. Contributi che le sono valsi, nel 2012, il Premio Turing, assegnato annualmente dalla prestigiosa Association for Computing Machinery e da molti ritenuto una sorta di Nobel dell’informatica.

Tre nomi di donne, attive anche in momenti storici diversi, ma tutte pioniere nei loro campi, impegnate nel coding e nelle discipline informatiche in generale. A ben guardare, i primi programmatori non erano uomini, così come i primi calcolatori non erano macchine: in entrambi i casi si trattava di donne, esperte in matematica e con una “mente algoritmica”. Ma facendo un’analisi di genere ai nostri tempi, a quanto ammonta la presenza femminile in ambito ICT? E quante donne hanno ricevuto riconoscimenti importanti o raggiunto posizioni tecniche apicali nelle aziende leader del settore?

Nell’era della data science, partiamo da qualche dato. Innanzitutto, la domanda di competenze digitali avanzate continua ad aumentare, ma l’offerta di figure specialistiche è veramente esigua: nel 2020, il 64% delle grandi imprese europee e il 56% delle PMI hanno riferito che i posti vacanti per specialisti ICT sono difficili da coprire. E sebbene le donne rappresentino oltre la metà della popolazione europea, i laureati ICT uomini sono circa il quadruplo, e il divario raddoppia ulteriormente se si guarda a quanti intraprendono poi una carriera correlata al titolo di studi conseguito. Una disparità simile si riscontra tra insegnanti STEM, relatori e partecipanti a conferenze ed eventi tecnologici, dirigenti senior in aziende ICT, nonché imprenditori e fondatori di startup digitali.

La scarsa presenza femminile nelle carriere tecnico-scientifiche in genere, e il fatto che l’ICT sia uno dei settori con la più bassa sotto-rappresentanza, non è solo un problema delle donne e ha acquisito un rilievo crescente negli anni, come risulta anche da numerosi documenti della Commissione Europea e dal recente PNRR: assumere un ruolo da protagoniste nella trasformazione digitale è cruciale per le aziende (molti studi dimostrano che aziende con alte percentuali di occupazione femminile superano i loro concorrenti in ogni misura), per le donne stesse, visto l’alto tasso di occupabilità in questo ambito, e per creare un società equilibrata ed inclusiva. 

Per tentare di avvicinare le donne a un ambito per ora appannaggio prevalentemente maschile, occorre educare, ispirare, supportare. Educare ai numeri e al metodo scientifico fin dai primi momenti della formazione, per abbattere lo stereotipo – purtroppo ancora pervasivo – secondo cui le donne non sarebbero predisposte per la scienza e la tecnologia. E incentivare poi la presenza femminile non solo nelle lauree STEM, ma anche in iniziative di più ampio respiro come Girls Who Code o 42 Roma Luiss, scuola di coding in cui l’81% degli studenti ammessi non ha mai scritto una riga di codice: un modello di apprendimento tra pari, nonché un processo di selezione in cui il potenziale e la motivazione giusta contino più delle effettive conoscenze che potranno essere acquisite in seguito, possono infatti rappresentare una parziale risposta al problema del “gender confidence gap”, quella mancanza di fiducia particolarmente sentita in ambito ICT, che porta le ragazze a credere meno in loro stesse e a non intraprendere un cammino per ora poco battuto. Ispirare attraverso esempi positivi e attività di mentoring, storie di difficoltà e di successi, iniziative come quelle del progetto WIT – Women In Technology. E, infine,supportare in modo che non ci sia una dispersione e che l’accesso ai ruoli chiave non rimanga una prerogativa per lo più maschile. Anche tramite esoneri e borse di studio ad hoc per ragazze che intraprendono questa carriera, come le cinque borse offerte dalle aziende partner di donne STEM per i corsi di studi in Computer e Data Science alla Luiss.

Ridurre il divario digitale richiede una trasformazione culturale. E le trasformazioni culturali a loro volta hanno tempi lunghi: portano con sé la necessità di cambiare il nostro modo di pensare e i valori cui viene data enfasi nella società e nelle organizzazioni. Ma sviluppare iniziative efficaci per un reale coinvolgimento femminile nell’ICT, per quanto difficile, è imprescindibile. Per dirla con Virginia Woolf, è veramente giunto il momento di creare una stanza tutta per sè, ma una stanza digitale, questa volta.

finocchi@luiss.it