Il periodo di lockdown, più o meno stringente, che abbiamo vissuto ormai da quasi un anno ci ha costretto a ripensare tutti gli schemi di quotidianità. Dal lavoro, alla scuola, allo shopping, la nostra nuova vita ci ha mostrato punti di forza e debolezze.

Senza dubbio, abbiamo scoperto nuove applicazioni e sviluppi di quelle che reputavamo tecnologie ancora immature. Dall’altro lato, però, abbiamo assistito a un inesorabile acuirsi dei nostri punti deboli. Siamo diventati vulnerabili, introversi, più avversi al rischio, quasi scollati da una società che si è incrementalmente atomizzata e celata dietro a balconi e schermi. La necessità ci ha portato a questo, ma ci ha anche aperto nuovi orizzonti e mostrato ciò che ancora ci rimane da migliorare.

In primo luogo, l’utilizzo intensivo degli strumenti tecnologici ha accentuato il divario digitale tra chi è più o meno avvantaggiato economicamente. In secondo luogo, la pandemia ha creato nuove e inaspettate povertà, con sempre più famiglie che, senza distinzione di geografia, hanno dovuto ricorrere al banco alimentare per avere più beni di prima necessità. È dunque evidente come, ora più che mai, abbiamo bisogno di nuove infrastrutture adeguate. A differenza dell’epoca predente alla pandemia, non servono (solo) infrastrutture fisiche più efficienti. Al contrario, servono infrastrutture funzionali, abilitanti e flessibili, che allarghino le opportunità di un numero sempre maggiore di persone. Non occorre la pesante lamiera di acciaio della prima rivoluzione, ma la sottile impalpabilità dei byte. Ecco dunque che la scuola diventa infrastruttura non solo in quanto edificio, ma nel momento in cui raggiunge i ragazzi laddove siano, a prescindere dalla piattaforma di riferimento. Non solo ponti, o strade, ma anche la connettività che consente di sfruttare le nostre nuove potenzialità digitali deve diventare un bene a disposizione di tutti. Quando il partito laburista inglese ha proposto di espandere la banda larga a tutti gratuitamente, i suoi rappresentanti si sono visti apostrofare come inguaribili sognatori.

Eppure, proprio il divario digitale che questa crisi ha messo in luce dimostra come Internet sia ormai una commodity, un bene di prima necessità perchè tutti possano godere di opportunità che altrimenti rischierebbero di essere loro precluse.

Questo nuovo modello fa sì che la ripresa economica passi attraverso un ripensamento radicale del nostro modello di vita. Rendere disponibile a tutti ciò che prima era elitario e futuristico diventa oggi un requisito fondamentale per costruire le infrastrutture della nuova economia.

Alla base della piramide troviamo la connettività come fattore abilitante; a salire incontriamo la flessibilità lavorativa, la formazione diffusa e larga, le tecnologie innovative e digitali. In cima, la più importante delle infrastrutture: il tessuto sociale e relazionale senza il quale tutto il resto rimane progresso arido.

In questo quadro c’è posto per tutti, perchè tutti partono dalla stessa linea di inizio e hanno le stesse opportunità. Non è utopia ma la base di una società più equa e fondata su valori universali.