Nelle scienze sociali si usa definire la serendipità come il risultato inintenzionale di un’azione intenzionale. In altri termini, da un processo conosciuto emerge, come da un cilindro magico, una soluzione geniale e risolutiva che non avremmo immaginato di ottenere. II nome è stato coniato nel 1754 da Horace Walpole, scrit­tore inglese che ha tratto spunto da una favola persiana dal titolo I tre principi di Serendippo. Nella favola i protagonisti scoprivano continuamente — e per caso — qualcosa che non stavano cercando. Questo processo accade molto spesso nella vita quotidiana ed alla base degli eureka che di tanto in tanto vorremmo esclamare. Per arrivare a questo, però, è fonda­mentale analizzare il contesto in cui ci muoviamo. La storia è pie­na di esempi in cui I’innovazione è arrivata cambiando degli aspetti minimi, a partire dalla postura. Quante volte ci sforziamo di trovare una soluzione geniale a un problema stando seduti alla scri­vania, quando basta alzarsi a fare due passi e diventa subito chiaro che la soluzione è sempre stata davanti ai nostri occhi senza che ce ne accorgessimo? Piccoli cam­biamenti possono fare la differen­za. È da questa consapevolezza che e nata l’idea dei walking meetings, ossia riunioni che avven­gono mentre si fa una passeggiata anziché stando seduti in una sala riunioni. Uno studio di Stanford già nel 2014 dimostrava empiri­camente come questo genere di riunioni aumentasse la creatività e il coinvolgimento rispettivamente del 5% e dell’8,5%. Non abba­stanza da generare una rivoluzione, ma sufficiente per assottigliare le gerarchie apparenti, creare un legame più paritario tra i parteci­panti, aumentare uno scambio di vedute più onesto, un maggiore senso di appartenenza rispetto al progetto che si sta seguendo e dunque una maggiore produttività. Naturalmente non tutti i meeting possono essere svolti in movimento. Ci sono pur sempre occasioni in cui è necessario avere una lavagna, o un pc a portata di mano. Eppure, è emerso come molto spesso questa formula sia particolarmente efficace per le riunioni in cui è necessario definire un nuovo processo, o esplorare nuove opportunità e progetti. Nell’educazione, il caso di Seren­dip è particolarmente utile. La formazione è sempre stata consi­derata alla stregua di un pattern prestabilito, in cui si apprende in modo progressivo, ordinato e per lo più verticale. Nel life largelear­ning, invece, l’apprendimento avviene proprio come la navigazione verso l’isola di Serendip: in modo orizzontale, allargato, vario e non necessariamente consequenziale e predittivo. La tecnologia ci mette a servizio potenzialità di sviluppo esponenzialmente più vaste di quelle a disposizione appena uno o due decenni fa. Il che significa, in altre parole, che i nostri ragazzi si troveranno a confrontarsi sempre più con Serendip e sempre meno con Itaca, il porto sicuro verso il quale sanno già di voler navigare e che rappresenta la meta finale. L’innovazione è connatura­ta con lo sviluppo tecnologico che già ci sta investendo. 5G, guida autonoma, robotica e cyber-spazio: sono parte del lessico di un futuro che è già qua. Dobbiamo formare i nostri giovani alla fi­ducia che Serendippo non è una meta di cui aver paura. A volte il risultato inaspettato è di gran lunga migliore di quello che riu­scivamo a immaginare. Dobbiamo trasmettere loro il senso di libertà che deriva dalla consapevolezza che le riunioni non sono per forza ingessate a una scrivania, ma si possono fare anche camminando. Ma anche che innovare è crescere in modo creativo e benefico.