Alison Gopnik, psicologa e studiosa dell’apprendimento e dello sviluppo infantile, è autrice di un delizioso libro dal titolo Il giardiniere e il falegname. La sua teoria è tutt’altro che rivoluzionaria: i bambini vanno lasciati liberi di sperimentare, giocare, creare caos e imparare da esso. Appare tuttavia rivoluzionaria nella misura in cui siamo sempre più ossessionati dai metodi per far diventare i nostri figli adulti di successo. In base a quali criteri definiamo il successo?
Essere genitori in inglese è definito parenting, termine coniato negli Stati Uniti poco più di quaranta anni fa. Ciò che è interessante di questo neologismo è che rappresenta un unicum nella sua categoria linguistica: non si usa un verbo per indicare una relazione di amicizia, e nemmeno per descrivere un rapporto figli-genitori. Parenting inteso come verbo, intrinsecamente, implica l’avere il controllo dell’altra persona. Basandosi su anni di studi e ricerche all’avanguardia sul modo in cui i bambini sin da neonati apprendono, la teoria di Gopnik è che, da quando l’essere genitori è diventato un verbo a sé stante, si è imposto il modello del genitore-falegname. I figli sono considerati materia prima da scolpire, modellare e plasmare secondo la nostra idea di successo, in una ricerca ossessiva volta a creare un certo tipo di adulto, a immagine e somiglianza dell’ideale che ci siamo preposti. Al contrario, i genitori-giardinieri creano un ecosistema in cui far fiorire i figli, senza avere un risultato finale in mente. Quando si coltiva un giardino non si sa in anticipo quali caratteristiche avranno le piante o i fiori di cui abbiamo gettato il seme. Allo stesso modo, i figli non dovrebbero essere plasmati secondo l’idea dei genitori, poiché sono imprevedibili e capaci di giocare, immaginare, innovare ben al di là di quanto ci si possa aspettare. Un’infanzia variabile e flessibile, caratterizzata da amore e attenzione ma senza controllo eccessivo, in definitiva favorisce l’ambiente migliore in cui può avvenire l’apprendimento.
Questa teoria ben si adatta anche alle fasi successive della vita. Se ci riflettiamo, in questo senso uno studente universitario “funziona” con gli stessi meccanismi di un bambino di due anni. Se diciamo loro cosa fare e quale risultato ci aspettiamo che ottengano stiamo ricercando compliance, non creatività. Vogliamo vedere — e valutare — quanto sono bravi a replicare l’idea che abbiamo in mente, non la loro personalità e cosa sono realmente in grado di fare. Allo stesso modo, se da un lato un contesto flessibile e dinamico può spaventare perché troppo ampio e dai perimetri troppo variabili, è proprio lì che si vede quanta innovazione riescono a portare. L’università, tanto quanto le aziende e in generale il mondo del lavoro, dovrebbero provare con coraggio questo scardinamento di geografie e confini. Abbracciare la flessibilità e l’imprevedibilità crea una disruption positiva e rigenerativa. La sperimentazione, sociale e accademica, ha un potenziale di innovazione incredibile e porta frutti spesso migliori di quanto avremmo mai potuto pensare. I nostri ragazzi ne hanno altrettanto, e vederli all’opera quando ciò accade è quanto di più gratificante si possa immaginare.