Secondo I’imprenditore australiano Graeme Wood “il cambiamento non è mai stato cosi veloce e non sarà mai più cosi lento”. Con buona probabilità i nostri nipoti vivranno in un mondo talmente diverso dal nostro alla loro età da risultare quasi irriconoscibile. II passo accelerato del cambiamento è irreversibile, certo, ma l’umanità si salverà solo se imparerà ad apprezzare e mantenere propria la lentezza. Come formatori, questo suona quasi come una minaccia. Il nostro compito è dare ai ragazzi gli strumenti per farsi strada nel mondo, ma se questo accelera, come possiamo abituarli alla lentezza? Sembra un errore morale. Eppure, non c’è lezione più giusta da dare loro. E come farli andare in una macchina al massimo della velocità: dobbiamo far capire loro che la velocità fine a se stessa è pericolosa e che il pedale del freno va utilizzato per moderare l’andatura ogni qualvolta è necessario.
Allo stesso modo, la cultura sta diventando a portata di tweet. Non abbiamo più la pazienza, né la voglia, di leggere un lungo articolo o una lunga analisi, perché vogliamo sapere subito di cosa si parla e qual è il messaggio chiave. Altrimenti, via con il prossimo argomento. Ed ecco allora che la filosofia si fa a pezzetti, che preferiamo un video di tre minuti che ci spiega un libro di 300 pagine, anziché leggerlo per intero. Tutto è immediato e deve essere divertente. Se non lo è, non ci concentriamo su di esso e la nostra mente vaga su qualcos’altro, che è subito disponibile. Siamo sommersi di informazioni costantemente e quotidianamente.
Cal Newport ha coniato il termine deep work, che consiste nell’abilità di concentrarsi senza distrazioni su un compito che richiede attività cognitiva. Se vi sembra facile, fermatevi un attimo e rileggete la frase. Senza distrazioni. Nel nostro lavoro, qualunque esso sia, chi può vantare il privilegio di lavorare senza distrazioni? Nessuna email, nessuna notifica, nessun messaggio, nessuna telefonata. Niente. Assieme alla privacy, con la dilagante diffusione degli open space negli uffici, abbiamo perduto anche il silenzio. I nostri ragazzi vivono una simile esperienza con l’incredibile rapidità con cui riescono a passare da un’attività all’altra, destreggiandosi come circensi tra email, tablet, computer, libri, social, smartphone… Un momento. Pausa.
Che posto rimane per la profondità? Per il pensiero creativo e lento? Per la sana, dolce noia di quando, anche per pochi minuti, riusciamo ad avere la testa sgombra per pensare? Adrienne Rich, nel 1977, affermo che “l’istruzione non è qualcosa che si riceve, ma qualcosa che si rivendica”. L’impazienza patologica che ha iniziato a pervaderci da quando la tecnologia ci ha aperto mondi impensabili solo dieci anni prima ci ha portato a pretendere la conoscenza, illudendoci che il lavoro per guadagnarcela non fosse più necessario. La conoscenza è fatta essenzialmente di significato e il contrario del significato è la banalità che ci porta a sorvolare, perdendo la capacità di addentrarci in profondità. La strada per la conoscenza è fatta di contemplazione e l’unico modo per arrivarci è il tempo.
Non cadiamo nella trappola di pensare che il progresso tecnologico ci chiederà di pagare il prezzo della lentezza per poter progredire. Non temiamo che i nostri figli possano rimanere indietro se praticano la lentezza di tanto in tanto. Lasciamo che si annoino pure. Fa bene al loro cuore e alla loro umanità.