In Europa le istituzioni universitarie sono oltre 2700. Riservare l’accesso a un’élite non contribuirà a salvarla

Caro direttore, comincio, sia chiaro, con una provocazione: l’Università è in crisi, in crisi profonda, anzi, profondissima. L’era contemporanea ha svelato in modo definitivo come l’idea di un percorso di studi lungo anni sia ormai obsoleta e impresentabile in un mondo dove il sapere è democratizzato e le conoscenze pratiche contano infinitamente più di quelle teoriche. In effetti, l’università è ai minimi termini, ridotta malissimo come il suo prestigio; è una istituzione vecchia, decrepita, moribonda se non già morta.

Una provocazione, certo: anzi, proprio durante la pandemia ci siamo resi conto di come le università, garantendo da un lato la continuità delle attività didattiche, e fornendo d’altro canto la «materia prima» – la ricerca – che sta contribuendo alla elaborazione e alla soluzione della crisi, siano un elemento fondamentale e irrinunciabile della nostra società. E tuttavia, nonostante il pessimismo in voga, analizzando i dati l’università sembra non essere mai stata meglio di oggi: sebbene non esista un database capace di computare tutte le istituzioni che erogano educazione superiore, anche per le difficoltà di comparazione dei titoli rilasciati, è plausibile che il loro numero complessivo oscilli tra le 15 mila e le 25 mila.

In Europa, le istituzioni universitarie sono oltre 2.700, in Nord America oltre 1.800. In Cina, circa trenta milioni di studenti (quasi il doppio di quelli europei, un terzo in più degli statunitensi) frequentano i corsi di tremila atenei, 1.200 fondati negli ultimi vent’anni. Circa un migliaio di università impegnano invece tra i venti e i venticinque milioni di studenti dell’altro gigante asiatico, l’India, una popolazione pari a Olanda e Svizzera messe insieme. I numeri sono ancora più impressionanti se si pensa che, a inizio del Novecento, le università potevano contare in tutta Europa su appena 600 mila studenti, circa un terzo di quelli che attualmente si contano solo in Italia, e che sono poco più di un milione e settecentomila.

Eppure, a quanto si sente dire in giro (e a volte, forse, siamo noi stessi quelli che lo dicono), l’università sembra aver perso «qualcosa» rispetto al passato. Ma cosa, esattamente? E a quale passato guardiamo? Nel dopoguerra, il numero degli Atenei si è moltiplicato, dando accesso a un numero sempre maggiore di studentesse e studenti con evidente progresso sociale, democratizzando il sapere, un tempo privilegio dei rampolli delle élite. A partire dagli anni ’80 e ’90, l’applicazione della logica di mercato ad ambiti prima impensabili, contribuisce a una visione utilitaristica della conoscenza,«università come business». Gli atenei vengono amministrati con modelli aziendalistici, in un mercato competitivo che si disputa la scelta dei futuri studenti. Obiettivo di questa guerra, la conquista delle più alte posizioni possibili nei ranking specializzati, consolidamento ufficiale del brand. Le critiche a questo modello si concentrano però sul suo «apparato ideologico», la «meritocrazia», che pur partendo da un presupposto semplice da condividere (i più bravi sono premiati) genera, come effetto collaterale, gravi storture. Vedi l’idea implicita che esistano «una» conoscenza e «un» sapere, o quanto meno un range di parametri misurabili sui quali costruire la lista dei «migliori». Questo è il punto del contendere, il luogo dove cercare la spiegazione a quel «qualcosa» che sembra mancare.

Un secolo or sono Fernand Deligny, grande pedagogista francese, ebbe l’incarico di seguire i minori «irrecuperabili» dell’Ospedale Psichiatrico di Armentières. Piccoli criminali, vagabondi, caratteriali che la società civile aveva scartato come rifiuti. Vivendo accanto a loro, Deligny sviluppa invece la convinzione che, anziché repressi, i ragazzi andassero semmai rivelati. Mentre fin lì all’educatore veniva assegnato il compito di ricondurre i soggetti difficili sui binari, egli riteneva suo dovere farli «deragliare». Noi abbiamo invece la fortuna di lavorare con ragazzi che la nostra società definisce tutt’altro che complicati, anzi, li propone come modelli. Eppure, nei loro percorsi standard, nel trasmettere nozioni più che ispirazioni, nell’attribuire valori epocali a test e valutazioni prefabbricate, stiamo mortificandone il valore. Illudendoci, a volte, che l’innovazione tecnologica possa supplire alla mancanza del «qualcos’altro». Se parte dei giovani che il Covid ha tenuto fuori da scuole e università ha avuto, nella didattica a distanza, un segnale di continuità in un momento di emergenza, non dobbiamo dimenticare quanti non disponevano dei mezzi per usufruirne e che tutti (e anche gli insegnanti) sono stati privati delle profonde funzioni sociali della scuola. Gli stessi insegnanti, ad esempio, dovrebbero essere continuamente stimolati a reinventare il loro lavoro, facendo tesoro di una lunga tradizione pedagogica che sembra spesso dimenticata; ed è questa dimenticanza ad essere pericolosa e non certo i percorsi di studio inclusivi, strutturati lungo l’intero arco della vita se possibile e capaci di «allargarsi» fino a raggiungere potenzialmente chiunque.

Se diverse voci, a cominciare da Adrian Wooldridge o Marco Santambrogio, si sono levate di recente per segnalare che, relativamente al merito, non dobbiamo rischiare di buttare il bambino con l’acqua sporca (che fatica, impegno, abnegazione portino in genere a buoni risultati mi sembra un’idea tanto semplice da riscontrare quanto «buona»), occorre riflettere su come non sarà certo la riduzione a parametri quantificabili a salvare l’istruzione, il centro nevralgico del nostro benessere, ma tantomeno sarà utile riservarne l’accesso a una élite: non è il principio meritocratico a generare mostri, bensì la mancanza di uguali opportunità per tutti.