“Se pure “il corpo è più del vestito”, come recita il celebre passo evangelico, non c’è tempo né luogo in cui uomini e donne non abbiano espresso, per mezzo dell’abbigliamento, il proprio modo di stare al mondo – lo status, la carica ricoperta o il mestiere svolto, il rispetto di norme e consuetudini o l’intenzione (e forse la capacità, simboleggiata proprio dagli abiti) di saperle rompere – o adattare”. Si esprime così Giovanni Lo Storto in un recente editoriale nel quale riflette sull’importanza dell’abbigliamento nell’epoca storica in cui viviamo. Diverse sono le figure protagoniste della contemporaneità che hanno superato il rigido codice d’abbigliamento d’ufficio per portare lo stile casual anche nelle occasioni più formali: basti pensare a Mark Zuckerberg e al suo “look scelto con studiata casualità” col quale si presentava agli investitori. “Era il vessillo di guerra del nerd che, direttamente dal dormitorio del college, faceva il suo ingresso nel mondo dei businessmen adulti, lo speciale power suit dei topi da laboratorio che andavano a prendersi il mondo, imponendo le loro regole – dress code per primo”, scrive il Direttore Generale della LUISS Guido Carli.

Giovanni Lo Storto nomina anche altri imprenditori e manager che sono stati in grado di affermare il proprio potere e la propria personalità anche attraverso l’abbigliamento: Steve Jobs, col suo semplice pull nero, jeans e sneaker, è tra questi. “Si presentò al mondo come riflessivo filosofo-geek capace di sedere allo stesso tavolo degli altri top executive ma che diversamente da loro, meglio di loro, non aveva perso neanche il tempo necessario ad abbinare camicia e cravatta”. Così anche Sergio Marchionne, dal look semplice e pratico, ha saputo mostrare l’immagine dell’uomo “sempre al lavoro”. Al contrario uno dei padri di internet, Vint Cerf, ha evidenziato il suo anticonformismo non rinunciando mai ad indossare completi formali. Dalla riflessione di Giovanni Lo Storto emerge quanto il look sia ancora il metodo più immediato per presentarci al mondo, in quanto “oggi possiamo mostrare chi siamo anche in contesti che tradizionalmente non lo permettevano, ma per farlo bisogna saper stare nei panni che ci siamo scelti”.

Per visualizzare l’editoriale:
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